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Oltre il campo

C’è un chengyu (proverbio cinese) che apre perfettamente il senso della serata:

各显其能 (gè xiǎn qí néng) — ognuno esprime il proprio talento, ciascuno nel modo che il contesto richiede.


È da lì che è partito Oltre il Campo.Non dallo sport come prestazione.Ma dallo sport come scuola di pressione, adattamento, identità.


Perché se in campo si gioca in squadra, la competizione — quella vera — si vive sempre come individui.

Con Alberto Cisolla, ex pallavolista della Sisley Treviso e medaglia d’argento con la Nazionale italiana ad Atene 2004, è emerso proprio questo:la pallavolo è forse lo sport dove fiducia e sistema di squadra contano di più — eppure ogni atleta attraversa fatica, errore e responsabilità in modo profondamente personale.


Abbiamo parlato di come nel tempo sia cambiata la gestione dello sforzo, della difficoltà, del senso di comunità. E soprattutto di quanto l’esperienza sportiva costruisca soft skills reali: quelle che oggi Alberto utilizza ogni giorno nel suo ruolo di imprenditore — tenuta mentale, lettura dei momenti critici, capacità decisionale sotto pressione.


Il suo chengyu, 众志成城 (zhòng zhì chéng chéng) — tante volontà che diventano una fortezza — è stata una sintesi perfetta dell’anima della pallavolo: il sistema che sostiene l’individuo, e l’individuo che dà forza al sistema.

Con Davide Franceschetti, atleta paralimpico e medaglia di bronzo nel tiro al segno, il focus si è spostato sull’adattamento.


Il suo percorso racconta cosa significa ricostruire equilibrio ogni volta che il contesto cambia. Non solo reagire alle difficoltà, ma trasformarle in competenza.


Il suo chengyu, 百步穿杨 (bǎi bù chuān yáng) — colpire una foglia di salice da cento passi — parla di precisione estrema, di controllo, di presenza totale.Proprio come la sua performance.


Con Erika Monforte, pilota professionista, istruttrice di guida e atleta multidisciplinare, il tema si è allargato ancora di più: inclusione, sicurezza, consapevolezza.


Lo sport come spazio dove il limite non è una condanna, ma un linguaggio da comprendere e integrare. Esattamente come essere donna in un settore storicamente maschile.


Il suo chengyu, 破釜沉舟 (pò fǔ chén zhōu) — rompere i paioli e affondare le barche — racconta il coraggio di entrare nei contesti difficili senza vie di fuga.


Scelta totale. Impegno totale. Crescita reale.

E infine il mondo del sim racing e della simulazione di guida con Simone Mosole ha mostrato come oggi allenamento, sicurezza e performance possano fondersi in strumenti concreti che parlano al corpo, al cervello e alle decisioni sotto stress.


Non solo sport che evolve.

Nuove discipline che nascono.

Nuovi contesti che insegnano competenze reali.

Percorsi diversi. Una costante unica: la passione.


E qui arriva la parte meno comoda — ma necessaria.


In Italia lo sport fatica ancora a essere riconosciuto per ciò che è davvero:una risorsa educativa, sociale, mentale, professionale.

Troppo spesso viene visto come passatempo. Come extra. Come qualcosa di accessorio.


La scarsa affluenza di ieri sera lo dimostra.

Non perché l’evento non avesse valore.


Ma perché culturalmente non siamo ancora allenati a riconoscere quanto lo sport costruisca persone prima ancora che atleti.

Eppure chi c’era lo ha sentito subito.


Non si è portato a casa una storia in più. Si è portato a casa uno sguardo nuovo.

Sulla fatica. Sulla pressione. Sul lavoro di squadra. Sulla resilienza. Sulle competenze che restano per tutta la vita.


Oltre il campo, appunto.


Perché lo sport non è intrattenimento. È una palestra di umanità.

E quando inizieremo davvero a trattarlo come tale, cambierà molto più di una classifica.

Un tempo le Olimpiadi fermavano le guerre. Univano popoli. Mettevano in dialogo culture.

E in queste settimane di Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026 lo stiamo rivedendo chiaramente.


Atleti di Paesi in conflitto che si abbracciano.

Pubblici che tifano oltre le bandiere.

Storie che parlano di rispetto prima ancora che di medaglie.


Lo sport, quando è vissuto davvero, resta uno dei pochi linguaggi universali capaci di superare divisioni politiche, culturali, sociali.

Non è intrattenimento. È connessione umana pura.


Ed è per questo che, se lo torniamo a trattare come risorsa educativa e sociale, può cambiare molto più di una classifica.


 
 
 

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